Si volta (davvero?) pagina

Oggi sono stati resi pubblici i nominativi dei nuovi Direttori dei 20 principali musei italiani scelti attraverso una selezione pubblica indetta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo l’8 gennaio 2015.

Oltre alle dichiarazioni istituzionali del Ministro Franceschini (leggi) e alle prime considerazioni di carattere generale (leggi) a cui ne seguiranno sicuramente molte altre più di merito e di dettaglio, scorrendo i profili dei 20 direttori emergono due considerazioni.

La prima è di carattere anagrafico: l’età media dei 20 nuovi direttori è 50 anni e – purtroppo – ancora una volta la fascia di età “under 40” è poco valorizzata (3 direttori, con una media di 38 anni); anche se spostiamo la soglia a 45 anni, il discorso non cambia in quanto si aggiungerebbero 2 soli altri direttori. Peraltro, nella fascia di età “41 > 50” l’età media si alza significativamente a 49 anni, così come nella fascia “over 50” l’età media è di 61 anni.

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La seconda considerazione riguarda invece il profilo professionale dei nuovi direttori e deriva dall’individuazione delle tre aree professionali che si possono ricavare a partire dagli estratti dei CV riportati sul sito del Ministero. Tra i profili di formazione storico/accademica troviamo 17 direttori su 20 (Anna Coliva, Eike Schmidt, Cristiana Collu, Paola Marini, Sylvain Bellenger, Martina Bagnoli, Flaminia Gennari Santori, Peter Aufreiter, Marco Pierini, Paola D’Agostino, Paolo Giulierni, Carmelo Malacrino, Eva Degl’Innocenti, Gabriel Zuchtriegel, Peter Assmann, Serena Bertolucci, Enrica Pagella); mentre tra i profili più marcatamente manageriali troviamo i soli James Bradburne e Mauro Felicori, accompagnati da Cecilie Hollber che a sua volta pare avere un profilo misto accademico-manageriale.

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Sebbene tale analisi sia da considerarsi superficiale, in quanto esclusivamente basata sull’asettica sinteticità delle informazioni fornite dal sito del Ministero ovvero in quanto non tiene minimamente conto dell’esperienza manageriale acquisita negli anni, ritengo che essa indichi comunque un trend che fa fatica a liberarsi da modelli gestionali obsoleti e, per certi versi, impermeabili a una cultura del management culturale contemporanea, giovane e innovativa.

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